Shuangbaotai dilettantistica - competere
Shuāngbāotāi
logo Arci   logo FiWuk   logo Coni                          englishfrançais
arci
liberiamo l'Italia dalle mafie


sul nostro sito gemello taichi.do

contenuti © Roberta Lazzeri
grafica © arch. Marta Dituri
webmaster Lapo Luchini
xhtml e css validi

Competere o non competere?

Ovvero: tristo quell'allievo che non supera il suo maestro (Leonardo da Vinci) ... e quel maestro che non impara dal suo allievo

In occasione della Celebrazione del 25° anniversario dell'associazione taijiquan stile Yang dello Shanxi, Cina, si è tenuta nel luglio appena passato la Terza competizione internazionale ad inviti di taijiquan tradizionale stile Yang. Voglio qui condividere quello che penso su questo argomento.
Perché uno compete? ci sono molti motivi, che vanno dal voler supportare l'associazione cui appartieni e ha indetto la competizione, al desiderio di confrontarsi con se stessi e con gli altri.
Ora però voglio parlarne dal punto di vista didattico. Partecipare a gare o comunque ad eventi pubblici ci permette di capire come reagiamo in situazioni non protette, aiutandoci così a comprendere meglio noi stessi e a reagire meglio (o meno) la volta successiva, rafforza in ultima analisi il carattere. Chiunque abbia partecipato a manifestazioni o gare conosce il particolare tipo di stress che c'è prima dell'evento, non è uguale per tutti, naturalmente, ma è bene che ognuno lo affronti per imparare a dominarlo. Questo vale per qualsiasi prova dobbiamo affrontare, da un esame scolastico, a un intervento in assemblea pubblica, a un colloquio di lavoro. Prima di affrontare queste prove sperimentiamo tensioni che vanno dalla paura alla voglia di fuggire. Non c'è niente di male ad aver paura, importante è affrontarla, non farsi vincere dalla voglia di fuggire, e una volta affrontata la conosceremo e la volta successiva nella stessa situazione avremo forse ancora paura, ma sarà una paura diversa e certamente inferiore.
Molte persone per paura di non passare un esame, non lo affrontano, col risultato che ottengono proprio quello che temevano, non passarlo: affrontandolo avrebbero almeno avuto la possibilità di passarlo.
Per me fa parte integrante dell'allenamento dei miei allievi, io li spingo sempre a competere, a porsi in gioco, in definitiva a prendersi i loro rischi, ad assumersi le loro responsabilità, a confrontarsi con gli altri.
Benefici? Una migliore conoscenza di se stessi, maggiore fiducia nelle proprie capacità, apertura al confronto da posizioni paritarie, che permette di affrontare le varie sfide della vita in maniera più tranquilla. Il particolare tipo di tensione psicologica-mentale che si sperimenta prima delle gare, inoltre, ci mantiene attivi, ci rende più giovani. Come la tensione muscolare tiene attivi i muscoli, questa tiene attivi i “muscoli mentali”, è così, non fa male, anzi è benefica. Quindi oltre ad essere un buon allenamento alla sopportazione delle tensioni psichiche è addirittura un allenamento per il cervello.
Un insegnante può competere in una gara nella quale competono anche i suoi allievi? Secondo me sì, certamente. E se in competizione sbaglia? Tutti si può sbagliare! L'insegnante è un essere umano, un buon modo per riaffermarlo!
Perde credibilità davanti ai propri allievi? No, hanno l'esempio di una persona sicura di sé, che si è assunta un rischio reale, e una persona capace di prendersi questo rischio è capace di prendersi le sue responsabilità. Gli allievi capiranno che una tale persona è capace anche di prendersi cura di loro e portarli ad apprendere il più possibile, rispetto alla capacità di ognuno. Il rischio maggiore (e per me il miglior risultato) per tale insegnante è di ottenere risultati inferiori a quelli dei suoi allievi, di essere superato.
Perché dico che per me è il miglior risultato? Un allievo che mi supera rafforza la mia posizione davanti agli altri, primo perché l'allievo che mi ha superato ha avuto davvero un buon maestro! Concordo quindi con la frase di Leonardo da Vinci “tristo quell'allievo che non supera il suo maestro”. Infatti per raggiungere certe conoscenze e capacità ho dovuto faticare abbastanza, quindi se riesco a passare le mie attuali conoscenze ai miei allievi, questi potranno fare meno fatica e, anzi, a parità di fatica, raggiungeranno un livello di conoscenza superiore al mio. Secondo fa capire agli altri allievi che anche loro potranno avere tutto dall'insegnante e impareranno tutto quello che saranno capaci di imparare. Capiranno anche che l'insegnante dà tutto quello che sa in quel momento, senza riserve, con la consapevolezza che non si finisce mai di imparare.
Non mi fermo quindi al detto di Leonardo, il processo di insegnamento/apprendimento sarebbe solo trasmissione da un contenitore ad un altro, penso invece che sia un processo creativo, dove entrambe le parti hanno da guadagnarci. Una volta che avrò portato gli allievi ad un buon grado di conoscenza sarò libera di imparare da loro, in un processo creativo di conoscenze dove allievo e insegnante interagiscono e si scambiano mutualmente, un processo a spirale che ci porterà ad approfondire sempre più le nostre capacità e conoscenze. Allievi ricettivi e creativi mi stimolano ad insegnar loro e, quindi, ad apprendere sempre più. D'altra parte, insegnando loro riuscirò a stratificare le mie conoscenze, a renderle più stabili (io percepisco il passaggio come un compattare), quindi le conoscenze stabilite prenderanno meno spazio, saranno automatiche, non ci vorrà troppa energia a mantenerle, quindi potrò utilizzare l'energia libera per apprendere ancora, in un processo elicoidale. E quindi mi piace completare la frase di Leonardo “tristo quell'allievo che non supera il suo maestro” con la seguente “... e quel maestro che non impara dal suo allievo”.
Allora la funzione dell'insegnate quale è? Certamente quella di insegnare, anzi insegnare in modo che gli allievi imparino! quindi essere in grado di adattare il suo metodo di insegnamento alle capacità di apprendimento di ogni allievo, in modo che il numero maggiore di allievi riesca a rendersi autonomo e, se lo vuole, divenire esso stesso insegnante. E se non riesco ad ammettere che i miei allievi possano anche loro arrivare ad insegnare, che insegnante sono? Una scuola deve formare allievi capaci di emanciparsi, altrimenti che scuola è?
Mi viene spontaneo l'esempio con la famiglia. In una famiglia i genitori allevano i loro figli, nutrendoli e insegnando loro quello che sanno, con gli esempi e le parole. Questo processo ha insito lo scopo di essere raggiunto, quindi di esaurirsi, cioè quando i figli saranno cresciuti, i genitori dovranno essere in grado di farsi da parte e di lasciarli andare per la loro via. Lo scambio tra genitori e figli ci sarà ancora, ma sarà più paritario e il genitore inizierà anche ad imparare dai propri figli, fino a che saranno i figli a prendersi cura dei genitori, in un processo rotondo e naturale.
E dove è il rispetto per il genitore o per l'insegnante? Una persona capace di rinnovarsi sempre, di capire le situazioni, sa anche quando lentamente cedere il passo, tale persona si è guadagnata il rispetto.
Ed ecco che ci ricolleghiamo alla problematica iniziale. Non è sempre facile capire a che punto del processo siamo, a volte una situazione esterna riesce meglio a far capire all'insegnante quando il suo allievo è pronto, e all'allievo se è davvero pronto a prendere il volo. La partecipazione a gare “fuori casa” serve egregiamente anche a questo scopo. E poi è emozionante e divertente!
(Roberta, 21/10/2007)